Per anni ci siamo raccontati che l’agricoltura fosse una strada in discesa verso l’abbandono. Un mestiere del passato, faticoso, poco redditizio. La narrazione dominante voleva i giovani proiettati verso le città, verso le tecnologie, verso un mondo digitale dove la terra non aveva più posto. Eppure, qualcosa è cambiato. Silenziosamente, ma in modo profondo.
Sempre più giovani stanno tornando alla terra. Non per mancanza di alternative, ma per scelta. Una scelta consapevole, radicale, spesso controcorrente. È un ritorno che ha il sapore della dignità, della fatica vera, ma anche della libertà. E in questo contesto, l’olio extravergine d’oliva non è solo un prodotto: è un simbolo. Un progetto di vita, un modo di stare al mondo.
Tra le colline e le valli della Basilicata, per esempio, si fa largo una generazione nuova, che vede nell’agricoltura non una rinuncia, ma una possibilità. È da qui che nasce l’olio lucano del Frantoio Barilese, risultato di un lavoro fatto con cura, amore per il territorio e sguardo al futuro. Un olio che non racconta solo una filiera, ma uno stile di vita.
Una generazione che riscrive il mestiere di contadino
Basta parlare con uno di questi ragazzi per capire che non si tratta di improvvisazione. Sono giovani laureati, spesso con esperienze all’estero, che tornano nei paesi d’origine per coltivare ulivi, riattivare frantoi, riscoprire cultivar dimenticate. Ma lo fanno con strumenti nuovi, visione imprenditoriale e profonda consapevolezza ambientale.
Non si tratta di romanticismo rurale, ma di progettualità concreta. Questa nuova generazione sa usare i droni per monitorare le coltivazioni, gestisce campagne di comunicazione sui social, partecipa a bandi europei, crea network con realtà simili in tutta Italia. E nel frattempo, pota, raccoglie, frange.
Il ritorno alla terra non è un ritorno indietro. È un salto in avanti, ma con le radici ben piantate.
L’agricoltura come forma di resistenza culturale
In molte zone del Sud Italia, l’agricoltura è diventata un atto di resistenza. Resistenza allo spopolamento, alla desertificazione sociale, all’omologazione. Coltivare ulivi, produrre olio, ridare vita a un frantoio è oggi un modo per difendere la propria identità, per dire: “Io resto, e costruisco qui”.
Questa scelta ha un significato profondamente culturale. Non si tratta solo di fare impresa, ma di custodire paesaggi, parole, gesti antichi. L’olio, in questa prospettiva, è il filo che tiene insieme generazioni, che trasmette memoria, che crea appartenenza.
Ed è forse per questo che tanti giovani, anche senza una tradizione familiare agricola, decidono di investire in questo mondo. Lo fanno perché sentono che coltivare la terra oggi è anche un modo per ritrovare senso, per riscoprire un rapporto più autentico con il tempo, con il lavoro, con gli altri.
Un mestiere difficile, ma profondamente umano
Non va nascosto: fare olio non è facile. Significa confrontarsi con il clima impazzito, con la burocrazia, con un mercato che spesso privilegia il prezzo alla qualità. Ma proprio in queste difficoltà si nasconde qualcosa di prezioso. Chi sceglie questa strada lo fa sapendo di dover resistere, di dover lottare ogni giorno. Ma anche di potersi svegliare la mattina sapendo esattamente perché lo fa.
Ci sono poche cose che danno soddisfazione come vedere uscire il primo filo verde dal frantoio. Quel momento in cui il profumo dell’olio nuovo invade l’aria, e tutto sembra avere un senso. È un mestiere fatto di attese, di mani sporche, di silenzi. Ma anche di incontri, di comunità, di condivisione.
È un lavoro che riporta al centro la dimensione umana. Non ci sono algoritmi che possano sostituire il tocco di chi conosce il suo campo, il suo clima, le sue piante. E questo, oggi più che mai, è un valore inestimabile.
Il valore del territorio e della rete
Questi nuovi agricoltori non lavorano da soli. Spesso si uniscono in reti, cooperative, consorzi. Condividono mezzi, conoscenze, visioni. Creano progetti collettivi che valorizzano intere comunità. L’olio, così, diventa ambasciatore di un territorio, portatore di storie che parlano una lingua autentica.
E anche il turismo ne beneficia. Sempre più persone cercano esperienze legate all’agricoltura, vogliono visitare gli uliveti, partecipare alla raccolta, assaggiare l’olio sul posto. In questo modo si crea un circolo virtuoso in cui agricoltura, cultura e accoglienza si sostengono a vicenda.
Molte iniziative nate in piccoli borghi lucani, pugliesi o calabresi dimostrano che l’olio può diventare un attrattore, un elemento chiave di rigenerazione economica e sociale. Quando il prodotto racconta un’identità vera, diventa qualcosa di più di un alimento: diventa un ponte tra mondi.
Nuove tecnologie, stesso rispetto
La novità più interessante è che innovazione e rispetto della tradizione convivono. Non c’è opposizione tra la raccolta a mano e l’uso di app per il monitoraggio dei parassiti. Non c’è contraddizione tra la potatura secondo la luna e la digitalizzazione dei processi aziendali.
I giovani che tornano alla terra lo fanno con intelligenza. Non vogliono cancellare il passato, ma renderlo sostenibile nel presente. E per farlo si affidano alla scienza, all’innovazione tecnologica, alla formazione continua.
È così che nascono oli di altissima qualità, ottenuti con tecniche avanzate ma nel pieno rispetto dell’ambiente. È così che la terra torna a parlare una lingua nuova, ma riconoscibile.
Un ritorno che diventa visione
In definitiva, quello che stiamo vivendo non è solo un ritorno alla terra. È un ritorno a se stessi. Una generazione che sembrava persa tra precariato e disillusione ha trovato, nella semplicità complessa dell’agricoltura, una via per rimettere ordine, per ritrovare senso, per costruire futuro.
L’olio diventa così molto più di un prodotto. È il simbolo di una nuova alleanza tra uomo e natura, tra giovani e territori, tra passato e futuro. Un simbolo concreto, tangibile, che si può assaporare, condividere, tramandare.
E forse è proprio da qui che può partire un nuovo racconto dell’Italia: non più quella che lascia, ma quella che resta. Che resta, coltiva, e cambia il mondo, una goccia d’olio alla volta.